Bollettino 2019 aprile

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Bollettino 2019 aprile

La commissione globale dell’ILO (International Labour Organization) ha redatto, nel corso del 2018, una relazione sul futuro del lavoro dal titolo “Work for a brighter future”.

Il documento è stata da noi tradotto, diffuso con la news letter del coordinamento, ed è comunque disponibile per i colleghi che ne faranno richiesta tramite la mail del coordinamento.

Il capitolo relativo alla contrattazione ci sembra particolarmente interessante, di seguito riportiamo quindi la sintesi delle parti significative.

L’accentramento del potere economico e l’indebolimento dei sindacati e della contrattazione collettiva hanno contribuito all’aumento delle diseguaglianze interne ai paesi.”


SOMMARIO

Titolo pag.
Rafforzare la contrattazione collettiva 1
Il settore IT in Italia 2-3
L’ingegnere nella storia (parte VIII) 4-5
Coordinamento europeo della siderurgia 6
Il futuro incerto di tre giganti 7-8

Scarica il bollettino


RAFFORZARE LA CONTRATTAZIONE COLLETTIVA

(La tabella a fondo pagina, a conferma, sintetizza alcuni dati sulla condizione del lavoro nel mondo).

Cambiamenti normativi e l’economia sommersa rendono sempre più difficile per i lavoratori organizzarsi. Le grandi aziende possono influenzare direttamente la politica e non hanno interesse a promuovere sistemi di rappresentanza collettiva.

Sindacati forti fanno da contrappeso nella formulazione delle politiche economiche altrimenti in mano alla sola influenza dei grandi gruppi.

La contrattazione salariale è un diritto fondamentale e un potente strumento di equità sociale. Il dialogo tra le parti consente di prendere in considerazione istanze sociali più ampie emerse con le trasformazioni economiche. In un mondo dove economie e società travalicano spesso i confini nazionali, un discorso analogo andrebbe fatto a livello sovranazionale.

Bassa produttività, ristagno dei salari e aumento delle ineguaglianze richiedono una maggiore attenzione alle politiche di determinazione dei salari.

La concorrenza mondiale sempre più accanita fra le imprese sta portando ad un livellamento verso il basso delle condizioni normative e salariali dei lavoratori nei paesi più sviluppati.

La commissione individua nelle organizzazioni sindacali l’organismo che può cambiare il destino dei lavoratori.

Condividiamo appieno che è la coalizione, quindi l’unità, la nostra forza, soprattutto in una fase di così rapidi cambiamenti produttivi e di grandi incognite per il futuro. (A pagina 6 del bollettino riportiamo di una esperienza interessante nella direzione di un sindacato europeo). Nelle ristrutturazioni che si preparano, la battaglia sull’auto è esemplare. Le lotte economiche per l’auto elettrica e connessa significano l’intreccio di vari settori: industria dell’auto, componentistica, reti, energia, telecomunicazioni (riferimento al 5G) oltre a costruzioni (necessità di strade e autostrade connesse, canaline per cavi elettrici e telecomunicazioni, infrastrutture varie) e finanza (es. green bond).

Si preannuncia un colossale ciclo di investimenti. Per avere un’idea della “rivoluzione” che ne deriverà, basti pensare che, secondo le stime dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), l’ipotesi al 2040 è di passare al 20% di veicoli elettrici, contro l’1% attuale nel mondo.

Quindi sui tempi delle trasformazioni (ritardi o accelerazioni) si giocherà la sopravvivenza o meno di intere grandi industrie. Si può comprendere in questa ottica anche la campagna ecologista foraggiata e pubblicizzata da grandi gruppi e da Stati che stanno mettendo in campo piani di investimento da decine e decine di miliardi di dollari.

È mobilitata la scienza, l’industria, la comunicazione e la politica: senza esclusione di colpi!! Attraverso sussidi, divieti di circolazione cittadina dei veicoli a motore diesel o benzina, non mancherà il supporto alla costruzione delle infrastrutture di ricarica delle batterie, e ai laboratori di ricerca sulle batterie avanzate, nuovi standard sulle emissioni della CO2 e degli NOx; anche la politica fiscale di penalizzazione degli autoveicoli a combustione interna farà la sua parte.

Il destino di noi lavoratori è però nelle nostre stesse mani, senza nessuna illusione che altri possano arrivare in aiuto. Nulla di nuovo rispetto alle parole d’ordine che il Coordinamento porta avanti, semmai la conferma che quanto affermiamo poggia su solide basi, che la relazione dell’ILO non può che confermare.

(nostra traduzione)


IL SETTORE IT IN ITALIA

Allo scopo di dare una descrizione quantitativa e qualitativa del mondo del lavoro nel settore dell’Information Technology in Italia, proponiamo alcuni dei dati contenuti nello studio “Il settore IT in Italia 2017” pubblicato da Assinform in collaborazione con ISTAT.

Questo comparto, oltre ad essere oggetto di molti ragionamenti sul presente e futuro dell’occupazione, rappresenta in Italia il 2,7% degli addetti dell’intera economia italiana, con circa 430mila impiegati medi nel 2014.

Definizione Settore IT

L’ISTAT utilizza nei propri studi la classificazione delle attività economiche Ateco 2007. Si tratta della versione nazionale della nomenclatura europea Nace Rev.2 (pubblicata sull’Official Journal il 20 dicembre 2006). Nello studio che presentiamo rientrano le aziende appartenenti alle seguenti classi:

Produzione Hardware

Produzione Software

Atri Servizi IT (tra cui consulenza,riparazione hardware e gestione portali)

Da notare che non sono incluse nello studio le aziende che si occupano di commercio all’ingrosso di software e apparecchiature informatiche, oltre che le aziende di servizi di telecomunicazioni.

Numero aziende e addetti

Nel 2014 il settore contava 87.219 imprese, con una media di addetti per impresa di 4,9 che è superiore di 1,3 a quella media totale del settore produttivo (3,6). Da notare che ci sono parecchie differenze a seconda della categoria di impresa considerata: si va da 16,2 addetti per impresa della categoria hardware a 7,4 di quelle nella categoria software fino a 3,6 per gli altri settori IT.

Gli addetti che operano nella produzione di software e hardware sono impiegati per lo più in grandi e medie imprese, mentre per negli altri servizi IT circa la metà degli addetti lavora in microimprese (meno di 9 addetti).

Età e Titoli di studio

La bassa età media dei lavoratori che compongono la struttura occupazionale è sicuramente l’aspetto che più caratterizza il settore. Il 67% dei lavoratori si trova nella fascia di età intermedia tra i 30 e 49 anni, nettamente superiore al 57% registrato nel totale dell’economia italiana:

Anche se la percentuale di lavoratori tra i 15-29 anni è sotto la media nazionale di 5 punti percentuale, bisogna considerare che il settore contiene una percentuale di laureati molto maggiore rispetto al totale (25,8% contro gli 8,3%). Ciò vale soprattutto per le aziende che si occupano di produzione di software, dove un lavoratore su 3 risulta laureato e lo 0,6% ha completato addirittura un dottorato:

La percentuale di lavoratori di sesso maschile del settore è in linea con quello della media totale (59%) solo il settore dei servizi registra una presenza un po’ più alta di lavoratrici (49,4%).

Bassa la presenza di lavoratori stranieri, 4,2%, contro una media del resto del settore produttivo del 13,5%.

Tipologia contratto

Anche nelle tipologie e nelle durate dei contratti il settore denota parecchie differenze rispetto alla media nazionale. Molto più diffusa la presenza di lavoratori con la qualifica di impiegato: 72% contro una media nazionale del 33%. Inoltre il 93,5% dei lavoratori viene assunto con contratto a tempo indeterminato contro una media del 78,6% nazionale:

Solo nel 17% dei casi le aziende IT fanno ricorso a contratti a tempo parziale (28,8% nel resto delle imprese). Nelle imprese che rientrano nella categoria servizi IT questa percentuale sale al 23%; un incidenza da collegare alla maggiore presenza di lavoratrici che scelgono questa tipologia di contratto per conciliare vita famigliare e lavoro.

Aziende

Oltre ad un numero medio di addetti superiore alla media, anche la produttività del lavoro risulta essere maggiore nel settore IT se paragonata a quella degli altri settori. Misurando questo dato come valore aggiunto per addetto, il settore IT ha una produttività mediana di 26mila euro contro la media italiana che si attesta a 16mila euro per addetto. Le aziende IT dei comparti software e servizi IT hanno una produttività media maggiore rispettivamente del 44% e 80% se paragonate con la produttività media del settore terziario. Le aziende produttrici di hardware hanno un valore aggiunto per addetto comunque superiore ma maggiormente in linea con quello del resto del settore manifatturiero (31,8% contro 22,2%).

La produttività delle aziende IT divisa per regione evidenzia le usuali differenze geografiche nazionali: il Nord registra le migliori performance in termini di produttività trainato soprattutto dal settore dei servizi, mentre le aziende del centro sud registrano produttività inferiori, con delle eccezioni: buoni risultati si hanno in Basilicata e Molise per il settore hardware e in Lazio e Toscana per la produzione software.

Considerazioni

L’alta presenza di contratti a tempo indeterminato, oltre che un maggior numero di addetti per azienda, sono condizioni oggettive che favorirebbero i lavoratori nelle contrattazioni collettive. L’elevata presenza di impiegati con alta scolarizzazione tuttavia spesso crea un ambiente dove tendono a prevalere le illusioni delle istanze individuali; settori nuovi dove manca una tradizione di rivendicazioni in comune. Riteniamo che anche con il lavoro del Coordinamento Ingegneri e Tecnici sia possibile sviluppare l’idea forza della coalizione e indurre i colleghi ad un approccio collettivo per affrontare i problemi che sempre più si presentano anche nel nostro ambiente di lavoro.


L’INGEGNERE NELLA STORIA
Parte VIII: Ferrovie e telegrafo in America

Proseguiamo con gli articoli a carattere storico. L’intento, come abbiamo già esplicitato, è quello di fornire spunti di riflessione a proposito della “figura” e della collocazione sociale degli ingegneri nel corso dei secoli. Tappe utili anche per meglio comprendere la situazione attuale.

Sul mercato mondiale le dimensioni contano. Può essere utile di fronte alla lotta in corso tra colossi industriali attorno all’auto elettrica e quindi alla ristrutturazione che si sta dispiegando non solo nel settore auto ma anche in quello elettrico e delle telecomunicazioni, ricostruire alcuni passaggi della storia dei primi grandi gruppi nati nell’economia mondiale.

La nascita dei monopoli può essere collocata nel decennio 1860-1870, all’apogeo della libera concorrenza tra singoli capitalisti e il definitivo affermarsi degli stessi come base di tutta la vita economica tra la fine del secolo XIX e la crisi del 1900-1903.

Il telegrafo, che è la “forma primordiale” delle comunicazioni basate sull’elettricità vede il suo sviluppo negli Stati Uniti.

Già alla fine del ’700 l’italiano Alessandro Volta progetta di trasmettere segnali tra Como e Milano scaricando un condensatore su un lungo filo di ferro. Esperienze simili saranno svolte anche da altri, ma si dovrà attendere il 1836 affinché l’americano Samuel F.B. Morse realizzi il telegrafo vero e proprio e il codice omonimo.

Si potrebbe dire che l’impetuoso sviluppo economico e sociale del nascente capitalismo americano e le necessità della potenza coloniale inglese, sommate alle grandi distanze geografiche solcate dalle rotte commerciali e militari del nascente mercato mondiale, avevano posto le basi materiali migliori per lo sviluppo di una nuova “forma” di comunicazione.

La prima linea telegrafica

Morse, pittore e inventore, figlio di un pastore congregazionalista del Massachusetts, con l’aiuto finanziario della famiglia di industriali siderurgici del suo assistente Alfred Vail, riuscirà a brevettare il suo apparato ma dovrà attendere altri anni per poterlo commercializzare. Cioè fino a quando esso non rientrerà in una combinazione di interessi economici e politici di alcuni gruppi borghesi dell’epoca in una linea di espansione territoriale.

In cambio di un quarto dei diritti del suo brevetto, Morse si assicurò l’appoggio dell’influente avvocato di Portland Francis OJ. Smith, presidente della commissione parlamentare cui fu sottoposto l’uso governativo del neonato telegrafo. Grazie alla sua lobby il Congresso stanziò 30.000 dollari per costruire una linea sperimentale tra Washington e Baltimora, che era allora la sede tradizionale di tutte le Convention sia Repubblicane che Democratiche.

Il seguente tentativo di estendere le linee telegrafiche incontrò però l’opposizione del potente Post Office che vedeva insidiato il primato della comunicazione postale e tentò ripetutamente di far nazionalizzare il brevetto dal Congresso. Morse e soci si rivolsero al capitale privato e assoldarono come agente generale per le concessioni Amos Kendall.

Kendall sviluppò le linee tra le città costiere dell’Est e per l’Ovest offrì la concessione all’emigrato irlandese Henry O’Reilly.

La prima lotta per i brevetti

O’Reilly iniziò a stendere le sue linee da Philadelphia a Pittsburgh e poi verso Ovest, entrando così in concorrenza sulla direttrice per Chicago con alcune linee che Smith stava prolungando da Boston, New York e Buffalo. Ciò provocò la rottura nel gruppo di Morse e Smith, pur conservando la sua quota azionaria, ruppe la partnership mettendosi in proprio e iniziando una causa legale contro la società in merito alle concessioni.

Pressato da Smith, Morse fece pesare la sua quota di maggioranza nel brevetto e convinse Kendall a revocare le concessioni O’Reilly e a proibirgli l’utilizzo del brevetto.

O’Reilly tentò di resistere usando altre “mutazioni” tecniche del telegrafo. Acquistò parziali diritti nel telegrafo “scrivente” di Royal E. House, ma l’alto costo di costruzione e di gestione di questo apparato lo costrinsero ad abbandonarlo in breve per passare a ritrovati più alla portata delle sue finanze, falcidiate dalle cause legali di Morse.

Le risorse sufficienti a sostenere il brevetto House furono invece raccolte dai principali quotidiani di New York che si accordarono appositamente, tralasciando le opposte tendenze, nella Associated Press. Il telegrafo “scrivente” fu preferito a quello Morse anche perché si prestava meglio all’uso giornalistico, stampando direttamente le lettere dell’alfabeto anziché dei segnali in codice da decifrare.

La prima guerra dei prezzi

L’indomabile irlandese O’Reilly nel frattempo passò ad usare il Columbian Telegraph, un’imitazione di quello Morse il cui nome fu probabilmente mutuato dal giornale.

Sconfitto da un’ennesima causa legale acquistò parte del brevetto del telegrafo “chimico” di Alexander Bain, che registrava segnali su una striscia di carta non grazie ad un elettromagnete ma attraverso una soluzione di ferro-cianuro di potassio.

Con tre linee competitive tra Boston e Washington e New York e Buffalo si scatenò la prima vera guerra dei prezzi che in breve passarono da mezzo dollaro a un centesimo a parola.

O’Reilly proseguì e, combinando vari brevetti, estese per primo le sue linee a St. Louis e a New Orleans. Ma in breve i suoi apparati saranno sequestrati nel Kentucky, dove Kendall aveva un forte appoggio come suo Stato originario e collegio elettorale, tagliando in due l’unica linea che collegava New York al profondo Sud e sfiancandolo finanziariamente. L’inondazione del Mississippi di quegli anni si porterà via i pali telegrafici dell’irlandese che sarà costretto alla bancarotta.

Le linee Bain, più compatibili con quelle Morse che con quelle House, passeranno in gran parte alla società del primo inventore del telegrafo, dando vita alla Morse-Bain Consolidated e fornendogli una temporanea predominanza sul mercato.

Telegrafo e ferrovia nello sviluppo americano

Tra il 1820 e il 1860 la popolazione americana passa da 9,6 a 31,5 milioni di abitanti, grazie allo sviluppo capitalistico e all’immigrazione di oltre 5 milioni di persone provenienti dalla disgregazione contadina europea. Questa enorme massa di uomini si riverserà sempre più a Ovest, colonizzando le terre oltre il Missouri dopo il 1820 e spingendosi fino in California con la scoperta dell’oro nel 1848.

Assieme alle braccia, che svilupperanno l’agricoltura e l’allevamento negli Stati del Middle West, arriveranno anche i capitali europei consentendo alla nascente borghesia americana di impiantare l’industria manifatturiera negli Stati dell’Est, mentre gli Stati del Sud resteranno invece ancorati alla produzione schiavistica del cotone.

Scambiando tra loro i prodotti queste aree geografiche genereranno una combinazione di direttrici di sviluppo economiche e commerciali in perenne lotta per la supremazia. Una delle principali forme tecniche sulla quale si scatenerà la battaglia sarà la ferrovia che, intrecciandosi con il telegrafo, costituirà l’apparato circolatorio e il sistema nervoso del corpo capitalistico in sviluppo.

Proprio questo intreccio metterà fine alla supremazia del gruppo Morse nelle comunicazioni, oltre a soppiantare altre forme tecniche come la diligenza della Wells & Fargo e la posta a cavallo del Pony Express, entrambe società dipendenti dalla American Express, antenata dell’attuale gigante finanziario.

L’intreccio ferrovia-telegrafo

Tra il 1830 e il 1840, sulla direttrice di espansione occidentale entrano in competizione per le ferrovie alcuni dei principali gruppi legati ai cuori capitalistici della costa Est: New York e Boston, Philadelphia e Baltimora.

A New York un gruppo di finanzieri, tra i quali primeggia John J. Astar, promuove la fusione di una decina di piccole ferrovie, che correvano sul bordo del canale Erie, nell’unica New York Central Railroad. La ferrovia collegherà Albany con Buffalo e i Grandi Laghi nel 1854, passando per Rochester.

In concorrenza con la New York Central Walter Smith, proprietario della Huron Iron Co. che fornirà i materiali, organizza con alcuni bostoniani e altri newyorchesi la Erie RR. Questa ferrovia raggiungerà per prima il lago Erie proprio a Dunkirk, dove Smith aveva grandi proprietà immobiliari e terriere. Ma per finanziarsi la linea aveva accolto tra i soci numerosi farmer delle fertili vallate del Sud dello Stato attraversate dalla ferrovia, e la conseguente polverizzazione dell’azionariato favorirà in seguito la scalata del “raider” Daniel Drew. A Philadelphia la Pennsylvania RR, sostenuta dalla potente banca di Jay Cooke e da quella di Anthony J. Drexel, scavalca gli Allegheny per congiungersi al nascente centro industriale di Pittsburgh, alle porte dell’Ohio, nel 1858.

A Baltimora le prime locomotive costruite interamente in America dall’industriale Peter Cooper corrono sulla Baltimore & Ohio, finanziata dalla banca inglese dei Baring e dai loro parenti Bingham della Bank of North America, giungendo a Wheeling sul fiume Ohio nel 1852.

Proseguiremo sui prossimi bollettini la nostra ricostruzione.

Questa battaglia e il processo di concentrazione che l’accompagna può aiutare a comprendere la fase di passaggio tra un tempo caratterizzato dall’iniziativa di singoli imprenditori-scienziati come Morse, Bell, Edison, Marconi, e uno seguente dove l’isolato scopritore non ha più speranza di affermarsi e la battaglia diventa tra colossi industriali e internazionali, coadiuvati da equipe di tecnici per la ricerca e da staff di avvocati per le battaglie legali sulla paternità dei brevetti. Lotte entrambe non sostenibili senza un adeguato sforzo finanziario che può essere fornito solo dalle grandi banche e dai principali centri finanziari, realizzando un intreccio tra banca e industria.


COORDINAMENTO EUROPEO DEI CONSIGLI DI FABBRICA DELLA SIDERURGIA

Il 29 gennaio si è riunita a Genova la seconda Conferenza Generale del Coordinamento europeo dei Consigli di Fabbrica della siderurgia. Nei numeri precedenti del nostro bollettino abbiamo documentato l’origine di questo organismo.

Il testo del volantino utilizzato per convocare la conferenza è esplicito e chiaro, lo riportiamo per intero:

ILVA diventa europea. Con l­’ingresso in Italia del colosso ArcelorMittal, anche l’ILVA entra a pieno titolo tra le grandi battaglie della ristrutturazione siderurgica europea. Da decenni i grandi gruppi dell’acciaio si stanno concentrando. Affilano le loro armi, rinnovando gli impianti ed espellendo forza lavoro, per combattere la concorrenza mondiale. Centinaia di migliaia di lavoratori sono investiti da questa ristrutturazione in tutto il mondo. In Europa, ArcelorMittal acquisisce ILVA e TyssenKrupp si allea con Tata Steel, ma tutti i principali stabilimenti siderurgici europei sono coinvolti in questo processo, con riflessi che vanno dai grandi impianti siderurgici dell’­Est Europa sino alla siderurgia nel Nord della Francia o a quella di Marcegaglia e Terni in Italia.

Ormai anche le battaglie sindacali più locali e particolari, in ciascuno di questi stabilimenti, sono collegate tra loro in una nuova divisione europea del lavoro. Per questo, i Consigli di Fabbrica dei più grandi impianti siderurgici d’­Europa, nei paesi più importanti, hanno iniziato l’anno scorso a formare il loro Coordinamento, per cominciare a far sentire la loro voce e tentare di indicare una risposta adeguata: se il lavoro diventa europeo, il sindacato deve essere europeo.

I diversi stabilimenti di ArcelorMittal, appartengono allo stesso gruppo economico. Stabilimenti separati ma facenti parte di un unico ciclo produttivo, reparti di una stessa azienda anche se distanziati uno dall’altro di centinaia di chilometri: i rotoli d’acciaio di Fos-sur-Mer (Francia) a Genova subiscono la successiva lavorazione. La ristrutturazione del gruppo ha immediate conseguenze in tutta Europa per migliaia di lavoratori.

Per acquisire ILVA, ArcelorMittal dovrà cedere impianti che producono 5 milioni di tonnellate di acciaio con circa 14.000 addetti: Galati in Romania, Ostrava in Repubblica Ceca, Dudelange in Lussemburgo, Piombino in Italia, Skopje in Macedonia e linee di produzione a Liegi, in Belgio.

La produzione dei maggiori gruppi siderurgici è organizzata a livello europeo, e pertanto non è più pensabile portare avanti isolatamente le nostre battaglie sindacali, fosse una ba­ttaglia per difendere il salario, o il posto di lavoro; occorre avere chiaro il processo di ristrutturazione che ha investito i principali produttori europei.

Si tratta di un processo che collega impianti di diversi gruppi e paesi, come un sistema di vasi comunicanti sempre più complesso. È quindi vitale e inarrestabile che i Consigli di Fabbrica di diversi paesi parlino tra loro, come minimo per scambiare informazioni, fare raffronti di esperienze, cercando di coordinarsi meglio per le future lotte. Inevitabilmente i ritardi rispetto ad un processo necessario, quasi naturale, non possono che indebolire i lavoratori.

A partire dai Consigli di Fabbrica di Genova, Duisburg, Brema, Amburgo, Eisenhüenstadt, Fos-sur-Mer, Liegi, Piombino, Mantova e Sestri Levante, il Coordinamento è aperto a tutti i Consigli di Fabbrica della siderurgia europea che vogliono aderire, nello spirito di una fattiva solidarietà tra lavoratori.

I consigli di fabbrica sono il cuore pulsante del sindacato, i suoi centri propulsori. A partire da questi organismi può prendere corpo un effettivo sindacato europeo. Occorre un lungo lavoro, ma l’attuale coordinamento è un primo risultato, indica che si può andare nella giusta direzione.

L’unica certezza dei lavoratori contro l’incertezza del mercato è l’organizzazione. L’unica garanzia è la lotta comune.


Scarica il bollettino dell’acciaio n. 4

Nel comunicato congiunto si riporta, in sintesi, che divisi siamo deboli. Invece, i Consigli di Fabbrica dei più grandi impianti siderurgici d’Europa, nei Paesi più importanti, insieme possono cominciare a far sentire la loro voce e tentare di indicare ai lavoratori europei una strada per il futuro.

Quanto riportato vale come indicazione anche per il nostro settore, i progressi del Coordinamento dei colleghi della siderurgia ci dimostra che si può fare.


Scarica il bollettino dell’acciaio n. 5

Di seguito alleghiamo il bollettino n. 5, riporta gli interventi dei colleghi dei consigli di fabbrica esposti durante la seconda conferenza generale del coordinamento che si è tenuta a Genova il 29 gennaio scorso.

Quanto riportato vale come indicazione anche per il nostro settore, i progressi del Coordinamento dei colleghi della siderurgia ci dimostra che si può fare.


ABB, GE, SIEMENS:
il futuro incerto di tre giganti

Il movimento a tenaglia generato dall’emergere di nuovi competitor asiatici e dalle spinte per un cambio del mix energetico determina una forte pressione sui grandi gruppi energetici delle vecchie potenze occidentali che hanno fatto la storia di questo settore nel XX secolo.

A tale pressione queste multinazionali rispondono con ristrutturazioni, acquisizioni, dismissioni che talvolta assomigliano a vere e proprie convulsioni visti i tempi rapidi con cui vengono effettuati questi mutamenti. Vediamo alcuni esempi:

ABB

ABB, gigante europeo con sede a Zurigo, ha annunciato a dicembre scorso di aver raggiunto un accordo con la giapponese Hitachi per la cessione della propria divisione Power Grid (la maggiore delle 4 divisioni di cui è composta ABB) per una cifra, non confermata, che si aggira attorno ai 13 miliardi di dollari inclusi i debiti (Financial Times 12/12/2018). La vendita, che coinvolge 36.000 lavoratori nel mondo, ha effetti anche in Italia. È il culmine di una serie di movimenti, passati attraverso una ristrutturazione con migliaia di esuberi tra il personale impiegatizio nel 2016, varie acquisizioni tra il 2014 e il 2018, tra cui quella della divisione Industrial Solution di General Electric per 2,6 miliardi di dollari, e cessioni di rami d’azienda come quella dei cavi di alta tensione nel 2016 alla danese NKT o quella dell’unità EPC Oil & Gas ai sauditi di Arkad.

L’ingresso nel capitale di ABB a inizio 2016 del fondo d’investimento CEVIAN ha dato fuoco alle polveri a questo riposizionamento di ABB nel mercato mondiale portandolo ad abbandonare il suo business storico, quello della trasmissione di energia elettrica. È il risultato del braccio di ferro tra CEVIAN appunto e il vecchio azionista di riferimento di ABB che fa capo alla famiglia Wallemberg. Al momento la partita sembra vinta da CEVIAN che ha spinto fortemente per la cessione di tale divisione come premessa per l’investimento dei ricavi in settori a più alta tecnologia e quindi, a giudizio di CEVIAN, a più alto rendimento, come la robotica, l’automazione industriale, l’industria digitale. A quanto pare i profitti di 972 milioni di dollari prima delle tasse su un fatturato di 10,4 miliardi di dollari generato nel 2017 dalla divisione PG di ABB è stato giudicato di livello insufficiente.

I riflessi della strategia globale di ABB si riverberano ovviamente anche in Italia. Nell’operazione Power Grid sono coinvolti gli stabilimenti di Monselice e di Lodi, oltre che alcune decine di lavoratori della sede di Sesto San Giovanni. Nel frattempo continua la potatura dei rami giudicati secchi. È di qualche settimana fa infatti l’annuncio della chiusura della linea di produzione motori dello stabilimento di Vittuone con la conseguenza di 123 esuberi tra personale operaio e tecnico. Le grandi strategie finanziarie finiscono sempre sulla schiena di noi lavoratori.

General Electric

Altro esempio emblematico di multinazionale che si muove, navigando a vista nei mari tempestosi del mercato mondiale con mutamenti repentini di rotta, è la General Electric (GE), la grande compagnia americana le cui origini hanno radici nel XIX secolo e addirittura vantano Thomas Edison tra i suoi fondatori.

A giugno scorso ha fatto sensazione la notizia dell’esclusione di GE, per la prima volta dopo 110 anni, dall’indice borsistico Dow Jones. Era la certificazione della continua perdita di valore azionario aggravatasi nell’ultimo anno al punto di far parlare addirittura di fallimento del colosso industriale.

Nel 2014 GE aveva acquisito la divisione Power di Alstom, quella che si occupava della produzione della grandi turbine a gas per gli impianti di generazione elettrica. La mossa sembrava azzeccata. Non solo la fusione di Alstom con l’analoga divisione di GE avrebbe generato risparmi per 3 miliardi di dollari all’anno, ma in più sembrava andare nella direzione di quanto previsto da un report della IEA del 2011 in cui si prefigurava una sorta di età dell’oro per le turbine a gas per la concomitanza di: a) un aumento generale dei consumi energetici; b) la necessità di diminuire l’uso del carbone per la generazione elettrica; c) l’abbassamento dei prezzi del gas grazie alla rivoluzione shale; d) la necessità di un numero maggiore di centrali termoelettriche a gas come backup degli impianti eolici e solari sempre più diffusi.

In realtà ciò che si è verificato è stato un vero crollo del mercato mondiale delle turbine a gas. Se nel 2011 i costruttori hanno venduto turbine per un totale di 71,6 GW di potenza installata, nel 2017 il mercato si è praticamente dimezzato a 34,4 GW. Il consuntivo del 2018 potrebbe essere di soli 30 GW.

La dinamica esogena di un mercato pesantemente ridotto è aggravato dai problemi tecnici della nuova turbina della serie HA, un gioiello tecnologico che ha fatto registrare il record di rendimento per un impianto a ciclo combinato pari al 63,08%, su cui tuttavia si sono evidenziati problemi di ossidazione agli attacchi delle palette; il problema ha costretto GE a numerosi fermi impianto con la minaccia di altissime penali da pagare ai clienti.

La situazione della divisione Power di GE si sovrappone e, in qualche modo, vive una storia parallela, alla divisone Oil & Gas. Nel 2014 iniziava il crollo repentino dei prezzi petroliferi che metteva in crisi, prima delle Oil company, cioè delle compagnie produttrici di idrocarburi, soprattutto le compagnie di servizi, cioè quelle società che forniscono servizi di tutti i tipi, dall’ingegneria, alla manutenzione degli impianti, alle perforazioni. La stagione dei prezzi bassi e del crollo dei corsi azionari dava avvio a una serie importante di operazioni di acquisizioni e fusioni, di cui GE – grazie all’operazione di inglobamento del colosso Backer Huges – ne era protagonista. Annunciata nell’ottobre 2016, l’acquisizione di Backer Huges (fusa insieme alla divisione Oil & Gas di GE) determinava la nascita del secondo player mondiale, denominato BHGE. Nel mercato dei servizi per le Oil company, l’operazione sembrava nell’immediato vantaggiosa: ci si aspettava infatti una ripresa dei prezzi petroliferi e dei conseguenti investimenti. Tuttavia la ripresa è stata solo parziale e i costi di acquisizione e fusione hanno eroso margini e operatività. Nel giugno 2018 GE ha annunciato dunque di voler mettere sul mercato. L’intera BHGE poco più di un anno e mezzo dopo averne annunciato l’acquisizione.

GE, per bocca dell’allora CEO John Flannery, dichiarava di volersi concentrare nei soli settori aeronautico, power ed energie alternative, per essere più snella e competitiva in un mercato sempre più complesso e difficile. Di sicuro, al momento, lo snellimento riguarda i 12.000 esuberi in tutto il mondo annunciati da GE stessa soprattutto nel settore Power (Financial Times 16/08/2018).

Siemens

Neanche il gigante tedesco Siemens dorme sonni tranquilli. Sebbene al momento mantenga la sua diversificazione, la società è impegnata nella complessa partita del rafforzamento della divisione ferroviaria. Si tratta di un’operazione che punta alla formazione di un campione europeo del settore, tramite la fusione con le attività della francese Alstom. Al momento l’operazione sembra sfumata visto lo stop dell’autorità antitrust europea.

Ovviamente anche Siemens soffre i problemi del settore power, soprattutto quello delle turbine a gas.

Per ora Siemens riesce a mantenere i suoi margini tramite operazioni di dimagrimento. È dell’agosto del 2018 l’annuncio di 6.900 esuberi nel settore turbine a gas, la metà dei quali concentrati in Germania.

Non basta, Siemens rimane al centro di indiscrezioni su possibili operazioni clamorose: notizie di Siemens come partner ideale di ABB per la creazione di una joint venture per le reti elettriche (Financial Times 16/11/2018). Tale indiscrezione è stata smentita dalla vendita a Hitachi, ma è possibile che contatti ci siano stati.

Inoltre Bloomberg (agosto 2018) ipotizza addirittura la clamorosa dismissione del settore turbine a gas da parte del colosso tedesco.

Pietre e mercato

L’età della pietra non finì per mancanza di pietre come disse il ministro del petrolio saudita Ahmed Zaki Yamani, al punto che oggi si usano pietre come mai fatto nella storia precedente dell’umanità. È probabile che l’era della fonti fossili non finirà per mancanza di petrolio, carbone e gas ma per l’introduzione in quote sempre più consistenti delle energie rinnovabili che comunque non determineranno la fine dell’uso delle fonti fossili.

In anni di grandi trasformazione è difficile avere una chiara visione nel breve termine, e quasi impossibile prevedere in anticipo i problemi che emergeranno lungo il cammino. Ma la tendenza è segnata, si apre un nuovo ciclo di colossali investimenti. I giganti storici del settore devono fare i conti con una concorrenza sempre più accesa, tutto è messo in discussione: costi, tecnologie, capacità di fare lobbying.

I movimenti “schizofrenici” qui riportati mostrano l’incertezza che regna: si naviga a vista nei mari tempestosi, cercando di rimanere nel filone più redditizio e mantenendo aperte al contempo più opzioni.

Noi lavoratori, in mezzo alle tempeste di oggi e di domani, dobbiamo invece avere una bussola che permetta l’orientamento. Dobbiamo focalizzarci sui nostri interessi: è necessario il rifiuto di qualsiasi partigianeria per un gruppo anziché un altro.

È evidente che i problemi non sono più nazionali. Solo con una visione sindacale almeno continentale si possono affrontare le conseguenze dei tempi turbolenti che ci apprestiamo a vivere. La costituzione di coordinamenti dei rappresentanti dei lavoratori delle varie nazioni può essere la premessa per non subire, i colleghi della siderurgia ci stanno mostrando che è possibile.

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