Bollettino 2016 febbraio

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Nel Nord Italia esistono delle zone produttive che sono tra le più competitive di tutta Europa.

Di fronte ai grandi cambiamenti in atto nel mondo e per rispondere ad una concorrenza mondiale che si fa sempre più agguerrita, la ristrutturazione europea sta modificando in profondità il tessuto produttivo.

Sono in gestazione processi che vale la pena conoscere.

Riportiamo di seguito alcuni esempi eloquenti.


SOMMARIO

Titolopag.
Perché un Coordinamento Ingegneri e Tecnici1-2
Industry 4.03
La nascita del Coordinamento Ingegneri e Tecnici4-5
ABB: white collar productivity6
STMicroelectronics: quale strategia?7-8
In Cina la prima “Internet city”8

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PERCHÉ UN COORDINAMENTO INGEGNERI E TECNICI

Il dopo EXPO

Il governo ha recentemente presentato il progetto per il dopo EXPO di Milano: Human Technopole Italy 2040. A guidarne l’attuazione dovrebbe essere l’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, che ha già 12 sedi in Italia. L’Istituto ha annunciato che non depotenzierà comunque la sede di Genova, anzi ha confermato il raddoppio dell’istituto agli Erzelli. Il direttore dell’IIT ha citato, come esempi, la formula Boston Area (cittadella della scienza che unisce MIT, Harvard e altri istituti) o il Max Planck Institute. Certo è un obiettivo ambizioso visto che il Max Planck Institute è una eccellenza mondiale. La sua organizzazione consiste di oltre 100 tra strutture e scuole di ricerca, ampiamente diffuse nel territorio tedesco e in qualche caso anche presenti in altre nazioni. L’attività di ricerca spazia dalle scienze naturali alle scienze sociali e umanistiche. Negli istituti lavorano approssimativamente 12.300 impiegati permanenti, inclusi 4.200 scienziati, più circa 9.000 scienziati temporanei e altri ospiti. Si ipotizza per il dopo EXPO una alleanza tra pubblico e privato con la collaborazione della Università Statale, il Politecnico, e la Università Bicocca per Milano, ma si è parlato anche dell’ISI di Torino e la fondazione Mach di Trento, con l’obiettivo di arrivare a 1500 ricercatori. Seguiremo gli sviluppi, vengono annunciati investimenti per 1,5 miliardi nei prossimi 10 anni per il nuovo polo della scienza frutto della collaborazione sinergica tra Milano, Torino e Genova.

La trasformazione del triangolo GE-MI-TO

Secondo Cingolani, il direttore dell’IIT di Genova, occorre una “visione nazionale, serve un’area ad alta densità di innovazione con un substrato industriale e quell’area in Italia può essere il Nord-Ovest, quello che fu il triangolo industriale.” (Secolo XIX 12/11/15) Un legame tra le tre aree che può rinnovarsi e trovare nuova linfa nell’high tech e più in generale nel settore dei servizi.

Lombardia, Piemonte e Liguria sull’asse Tirreno Baviera

A Expo, nello spazio di Pianeta Lombardia, i tre presidenti di Lombardia, Liguria e Piemonte, hanno siglato un protocollo d’intesa per definire i primi passi che porteranno a lavorare su un progetto interregionale volto a promuovere il ruolo del Nord Ovest all’interno del corridoio europeo Reno-Alpi, sull’asse tra il Tirreno e la Baviera. Il sistema dei porti liguri, insieme a quello dei collegamenti su rotaie piemontesi e lombardi, può costituire verso ovest attraverso l’alta velocità Torino – Lione e verso il nord attraverso la Svizzera, una piattaforma logistica competitiva con le grandi piattaforme del Nord Europa, come Rotterdam e Anversa. In particolare pensando al raddoppio del Canale di Suez che sposterà ulteriormente il traffico di merci attraverso il Mediterraneo. Le tre regioni del Nord uniscono le loro forze per dare vita ad un territorio competitivo nel settore della logistica, con il porto di Genova che punta a diventare un hub decisivo. Nel convegno “Milano riscopre il suo porto” viene registrato come dal 2009 al 2014 il traffico complessivo importexport dalla Lombardia verso il porto di Genova è aumentato del 30%, un trend che si è consolidato nel 2015.

NORD-OVEST regione traino in Europa

È interessante il confronto sulla forza economica di alcune macroregioni in Europa. L’Eurostat utilizza come ripartizione del territorio la Nomenclatura delle Unità Territoriali Statistiche: NUTS-0 equivale agli Stati, NUTS-1 alle aree macroregionali, NUTS-2 alle regioni e NUTS-3 per le aree metropolitane. In base alla classificazione NUTS-1, la macro- regione NORD-OVEST comprende: Liguria, Pie- monte, Lombardia e Val d’Aosta. Come si vede dalla Fig. 1, in base al PIL, la macroregione è al terzo posto, preceduta solo dall’Ile de France e dal Nord Reno Wesftalia. Ha una forza economica che supera, ad esempio, il PIL della Svezia, della Polonia o del Belgio.

Milano smart city

Secondo un articolo del CdS del 20 novembre Milano è la città con più fibra ottica in Ue, il 70% della popolazione usa connessioni ad internet e vi si registra un terzo del fatturato italiano nell’informatica e nel digitale. ll vice presidente della Camera di Commercio di Milano, Alberto Meomartini, ha dichiarato: “Milano, hub dell’innovazione italiana, è ora alle prese con la sfida rappresentata dalle smart city. Oggi, Milano smart vale 128 miliardi per le 43mila imprese smart, con 334mila addetti. In ambito internazionale, in una classifica tra 500 città si posiziona a livello delle 10% più innovative.” Una elaborazione della Camera di Commercio, compiuta sui dati dell’European Patent Office delimitando il perimetro delle imprese innovative, quelle della manifattura che si trasforma in alta tecnologia e nel terziario avanzato, mostra come a Milano si trova l’11% del businness complessivo in Italia. In queste aziende lavorano 216 mila occupati italiani in questo particolare segmento, quindi una impresa su dieci, un addetto su quattro. Secondo la stessa ricerca il 25,5% delle domande di brevetto italiane sono arrivate dalla zona Milano – Monza-Brianza. Nella sola città di Milano sono stati depositati 2.290 dei 9.361 brevetti nazionali. Pur essendo la regione con la maggiore densità scientifica e tecnologica, la Lombardia è però ancora lontana dai numeri (impressionanti) della Baviera e della regione del Baden- Württemberg. (Fig. 2) In una recente relazione del presidente di Assolombarda si rappresenta bene il peso della zona di Milano: “Qui hanno sede 3.100 multinazionali estere, un terzo di tutte quelle presenti in Italia. Basti pensare che qui, nel raggio di 60 km, si realizza un quarto del valore aggiunto manifatturiero e dell’export italiano.”

Il lavoro del futuro e il futuro del lavoro

Grandissimi cambiamenti inoltre si stanno annunciando per gli anni a venire proprio nella trasformazione dei sistemi produttivi, anche in quella che viene chiamata Industry 4.0. Carlo Purassanta, AD di Microsoft Italia, in un articolo del 24 novembre sul Corriere della Sera la definisce una rivoluzione. “Entro 10 anni la popolazione mondiale possiederà 20 miliardi di dispositivi (tablet, pc, smartphone, netbook). Gli oggetti connessi – leggasi “internet of things” – saranno dieci volte di più: 200 miliardi. Proliferazione di contenuti senza eguali e nuove professioni.” Molte occupazioni di oggi e probabilmente di domani ricoprono ruoli che ammiccano al lessico anglosassone della Silicon Valley: data scientist, chief technology officer, web analyst, web commerce manager, big data architet, ecc. Si pone anche un problema connesso alla formazione scolastica dei giovani. In un recente seminario ASPEN sul “Lavoro del futuro” sono numerosi i quesiti aperti. Ad esempio fa riflettere l’immagine della società nel suo insieme che vede un progressivo invecchiamento della popolazione (910 milioni di over 65 nel 2020) e una carenza di competenze nei giovani che stanno uscendo dalle università. Tanto che la Commissione europea fissa a 800 mila i posti di lavoro vacanti nella sola UE nel 2019, cioè tra solo tre anni. Commenta l’economista Marco Fortis: “Non ci troviamo di fronte ad una disoccupazione tecnologica derivante dal trionfo dei processi di automazione industriale (robot al posto delle persone), ci troviamo dinnanzi alla necessità di far salire di gamma le competenze collettive.” In questo, di certo, un ruolo non marginale sarà giocato anche dai fenomeni migratori, con uomini che possono occupare posti vacanti anche ad elevata specializzazione. Sono argomenti che richiedono approfondimento e su cui torneremo nei prossimi numeri del bollettino. Appare evidente da questa breve rassegna come le prospettive sul futuro sono molto incerte viste le grandi trasformazioni che si stanno annunciando, ma è altrettanto evidente come noi lavoriamo in territori che tendono ad integrarsi e che rappresentano uno dei “cuori pulsanti” dell’Europa. Sono zone ad altissima concentrazione di lavoratori dipendenti e con quote consistenti di ingegneri e tecnici. Lavoratori che sono i protagonisti dei successi economici, ma che sono poco rappresentati e spesso subiscono per primi i contraccolpi delle ristrutturazioni. Lavoratori che operano in aziende che vanno oltre la dimensione nazionale e che sono legati in mille modi dal punto di vista produttivo gli uni agli altri. Da questo punto di vista colpisce prendere atto che non esiste un collegamento tra lavoratori che sono già così connessi tra di loro dai processi produttivi. Ecco dunque lo spazio per un Coordinamento di ingegneri e tecnici, quanto meno del triangolo, in quanto riteniamo fondamentale avere un ambito in cui approfondire questi aspetti, e poter rendere concreto e stabile un collegamento tra di noi. Le nostre differenti esperienze possono essere condivise e occorre combinare lo stesso spirito del produttore, che caratterizza la nostra attività, con l’impegno a occuparci assieme anche del nostro futuro.


INDUSTRY 4.0
Potenzialità e limiti

L’Italia non è all’avanguar­dia nella cosiddetta quarta rivoluzione industriale, ma recentemente ci sono state alcune novità. Il Ministero dello Sviluppo economico ha elaborato un piano, all’interno dell’Agenda Digitale, in cui si identificano 8 aree di inter­vento per spingere lo svi­luppo della quarta rivoluzione industriale: rilanciare gli inve­stimenti industriali con par­ticolare attenzione a quelli in ricerca e sviluppo, cono­scenza e innovazione; favorire la crescita dimensionale delle imprese; favorire la nuova imprenditorialità innovativa; definire protocolli, standard e criteri di interoperabilità con­divisi a livello europeo; garan­tire la sicurezza delle reti (cybersecurity) e la tutela della privacy; assicurare adeguate infrastrutture di rete; diffon­dere le competenze per Industry 4.0; canalizzare le risorse finanziare.

Il 27 ottobre scorso Angela Merkel e Francois Hollande hanno tagliato il nastro della convention organizzata dai ministri francese e tedesco dell’Economia, che ha visto riuniti i principali industriali dei due Paesi e anche rap­presentanti delle istituzioni, tutti insieme per fare il punto sull’evoluzione dell’industria in chiave digitale.

Esiste un asse franco-tede­sco che spinge verso il Mer­cato Unico Digitale Europeo. Un’interessante analogia: così come mira all’integrazione digitale, l’asse franco-tedesco traina l’Europa verso l’integra­zione economica, politica e anche militare.

E anche scendendo in campo militare torniamo a parlare di digitalizzazione.

È in corso una competi­zione mondiale per costru­ire dei supercomputer che dovrebbero raggiungere la velocità di un exaflops, cioè un miliardo di miliardi di operazioni al secondo. Già oggi esistono dei computer in grado di progettare arma­menti, simulare scenari di uso delle testate nucleari, com­piere calcoli balistici per gli scudi spaziali e i droni. Guidano la competizione USA e Cina, combattendo anche a suon di misure protezionistiche.

Di fronte a economia, poli­tica, guerra si rischia di sentirsi impotenti. Invece dovremmo pensare che senza i lavoratori non si potrebbero costruire supercomputer, armamenti scudi spaziali né droni.

O ancora si potrebbe ragio­nare sull’assurdità di impie­gare ingenti risorse e capacità per produrre mezzi di distru­zione di uomini e forze pro­duttive, anziché ipotizzare una effettiva rivoluzione della vita di tutti, considerando le enormi potenzialità che lo svi­luppo tecnologico potrebbe creare in tutti i settori. Nei prossimi anni si avrà magari l’auto senza pilota ma contem­poraneamente uomini, donne e bambini continueranno a morire su barconi fatiscenti nel Mediterraneo…

Non basta lo sviluppo tec­nologico se non cambieranno alla radice anche i rapporti sociali tra gli uomini.

Il mondo del lavoro, così come il mondo in generale, è pieno di contraddizioni. Gli economisti, i politici, gli intel­lettuali tendono a mostrare una sola faccia della meda­glia, a seconda di quello che vogliono dimostrare, a seconda del gruppo econo­mico o politico che vogliono sostenere. Noi lavoratori invece non abbiamo alcun van­taggio oggettivo nel soste­nere quei gruppi. Per esempio possiamo vedere che, come dicono le statistiche, in Europa e in Italia in particolare mancano i giovani (e manche­ranno ancora di più a meno di migrazioni consistenti) e con­temporaneamente vediamo che la disoccupazione giova­nile è dilagante. Ci dicono che c’è un problema di forma­zione, che mancano proprio le competenze che darebbero impulso alla rivoluzione digi­tale, ma vediamo anche che negli ultimi tempi i licenzia­menti riguardano massiccia­mente anche quelle figure professionali, in Italia e nel mondo (v. Riquadro). Oppor­tunità, certo, ma anche tanta flessibilità e incertezza che riguarderanno un sempre più vasto numero di persone e con tutele che tendono a diminuire per tutti.

Noi non abbiamo problemi nel considerare tutte le con­traddizioni nel loro insieme, non abbiamo nulla da nascon­dere e abbiamo bisogno di capire davvero, non ci serve una falsa rappresentazione della realtà, perché in base alla nostra comprensione compiremo le nostre scelte. Andiamo quindi avanti con questo progetto di Coordina­mento tra di noi. 

MICROSOFT

Microsoft si preparerebbe a licenziare altri 1.000 dipendenti, pari all’1% della forza lavoro, in aggiunta ai 7.800 licenziamenti di luglio scorso, nell’ambito del ridimensionamento delle attività della ex divisione di telefonia cellulare di Nokia. Nel 2014 l’azienda aveva annunciato un primo round di tagli che riguardava 18mila persone. Intanto l’azienda ha pubblicato una trimestrale che va oltre le stime.

(Corriere comunicazioni)

TOSHIBA

Dopo lo scandalo dei bilanci truccati, Toshiba ha annunciato il licenziamento di 6.800 dipendenti, parte dei quali impiegati presso un centro di ricerca di Tokyo.

(Repubblica 21/12)

AMAZON

Amazon avrebbe licenziato dozzine di dipendenti del Lab126, la divisione responsabile dei suoi progetti hardware. Sembra che nel gruppo degli allontanati da Lab126 ci siano diversi ingegneri di spicco. Amazon ha rifiutato comunque di commentare la notizia che però arriva dopo molte polemiche divampate dopo la denun­cia del New York Times sulle condizioni di lavoro nella compagnia, descritta come un “luogo distopico e senz’anima”.

(Corriere comunicazioni)

ALSTOM

General Electric annuncia una cura dimagrante di 6.500 posti di lavoro negli stabilimenti energetici di Alstom. La “cura” del gruppo prevede 765 posti di lavoro in meno in Francia, 1.700 in Germania e anche per i dipendenti italiani, in particolare gli addetti di Sesto San Giovanni alle porte di Milano. Si parla di ces­sazione dell’attività produttiva e di 236 esuberi.

(La Stampa 14/1/16)

TESLA

Cerca via Twitter informatici che lavorino all’auto a guida auto­noma. Più in generale nei prossimi 4 anni assumerà 4.500 addetti

(Milano Finanza 30/12)

 

Nel 2015 sono circa 76mila i profili professionali ricercati dalle imprese dell’industria e dei servizi ma ritenuti non facili da tro­vare. Se gli statistici, gli ingegneri e i laureati in materie scientifi­che “sono i più difficili da reperire” tra i dottori, “problemi non trascurabili sono evidenziati anche tra i diplomati e quanti hanno conseguito una qualifica professionale”.

(Studio di Unioncamere e Ministero del Lavoro).


LA NASCITA DEL COORDINAMENTO INGEGNERI E TECNICI

Si è svolto a Milano un primo incontro di ingegneri e tecnici del triangolo. Abbiamo deciso di dare vita ad un coordinamento stabile e permanente. Il progetto è riuscire a collegare altri lavoratori ed estendere la presenza in altre aziende. Riportiamo i punti salienti degli interventi che si sono succeduti.

Sviluppare lo spirito di coalizione tra gli ingegneri e tecnici

L’idea di questo incontro è partita da alcuni colleghi che operano in grandi realtà aziendali: Selex e Ansaldo Energia di Genova, StMicroelectronics, ABB e ALCATEL di Milano, Thales Alenia Space di Torino. Ma i temi e le riflessioni che stiamo portando avanti riguardano tutto il mondo degli “skilled workers”, dalla piccola software house fino appunto alle grandi multinazionali. Abbiamo già organizzato incontri a Milano, Torino e Genova riscontrando molta curiosità e attenzione con il nostro primo bollettino, che voleva essere una specie di esperimento. Incoraggiamento e interesse ci è pervenuto sia da parte dei colleghi non sindacalizzati e sia anche da diversi delegati delle RSU. È bene ribadirlo con chiarezza: non abbiamo intenzione di costituire un sindacato dei tecnici , una sorta di sindacato corporativo, e nemmeno di costituire un nuovo sindacato, ma vogliamo dare voce alla nostra fascia di lavoratori, scambiare esperienze, promuovere occasioni di riflessione. L’incontro di stasera dimostra che ci sono le condizioni per creare effettivamente un Coordinamento permanente e continuare a lavorare in questa direzione.
SELEX – Genova

INDUSTRY 4.0: Che prospettive per l’occupazione?

Alla fiera di Hannover, il più grande appuntamento mondiale di tecnologia industriale, nel 2011 per la prima volta si è parlato della necessità di “computerizzare la manifattura” usando il termine Industry 4.0, diventato poi un “mantra”. Si utilizza la definizione di quarta rivoluzione industriale, ovvero quel tempo in cui il confine fra il mondo fisico e il digitale sparisce. L’era in cui i bit governano gli atomi e la fabbrica diventa intelligente. Vedremo se la fabbrica diventerà intelligente, di certo Industry 4.0 è parte della ristrutturazione europea che è in corso. Gli ottimisti annunciano di “lavorare meglio, lavorare tutti” con le macchine: si lavorerà meglio, probabilmente sì, ma non mancheranno le espulsioni di forza lavoro. Nessuna categoria è esentata, dal manovale all’ingegnere super specializzato. Non è neppure una novità, di espulsioni di ingegneri ne abbiamo viste tante negli ultimi anni e potremmo fare moltissimi esempi. Certo, l’evoluzione tecnologica stimola l’orgoglio di noi produttori, l’innovazione è il nostro pane, è ciò che rende il lavoro interessante. Lo stesso orgoglio dovrebbe farci reagire di fronte alle contraddizioni: possibile che tutto ciò non sia evitabile? Noi siamo convinti che lo sia e che serva uno strumento che porti questa consapevolezza tra i lavoratori, il nostro bollettino può essere un primo passo.
VODAFONE AUTOMOTIVE – Busto Arsizio

La razionalità del tecnico produttore

Noi tecnici siamo abituati a pensare in termini razionali. Ci viene posto un problema tecnico e noi lo risolviamo razionalmente. Non usiamo i dadi o il lancio della moneta per decidere la strada da intraprendere. Ma ci ren­diamo conto che, in generale, il mondo intorno a noi non usa le stesse categorie. È un mondo dove lo spread, le bolle speculative, le lotte eco­nomiche tra gruppi, le crisi politiche, le crisi di sovra produzione, che nulla hanno a che vedere con la produzione reale, la influenzano in maniera determinante generando come minimo sprechi giganteschi di forze e intelligenze umane; nel peggiore dei casi tale caos si trasforma in guerra e distruzione. Più in generale mi chiedo se non è possibile organizzare la società umana secondo criteri razionali. Penso che si ponga davanti a tutti l’esigenza di liberare le forze produttive sociali dagli attuali angusti rapporti di produzione.
ABB – MILANO, Sesto San Giovanni

CAE: Potenzialità di un organismo europeo

I processi di ristrutturazione finiscono spesso per essere più fonte di divisione che di unità tra i lavoratori. Sentiamo a volte tra i colleghi chi impreca contro i cinesi o gli indiani, o addirittura chi nei momenti di dif­ficoltà è favorevole a che si licenzino prima gli esterni, gli stagisti o quelli che hanno meno tutele, pensando in maniera miope di essersi così “sal­vati”… ma sulla pelle degli altri.

Eppure siamo uniti per produrre, dovremmo anche unire le nostre intelligenze e capacità per difenderci. Oggi i CAE (Comitati Aziendali Euro­pei) non hanno molto potere negoziale, anche se possono essere consi­derati un embrione di sindacato europeo, di cui ci sarebbe tanto bisogno. Ma sono organismi da considerare con attenzione perchè proprio attra­verso i CAE si possono costituire dei rapporti effettivi con colleghi che operano in altri paesi e allargare ulteriormente il nostro progetto.
ALCATEL-LUCENT – Milano, Vimercate

I riflessi sulla psicologia dei giovani ingegneri

Trenta anni fa appena laureato avevo sulla scrivania decine di offerte di lavoro di diverse aziende, potevo scegliere senza problemi dove ini­ziare il mio percorso lavorativo. Allora tra i giovani studenti di ingegneria l’aspettativa era quella di vedersi aprire tutte le porte, si aveva la sensa­zione che non esistevano ostacoli sulla via della carriera sfolgorante. Oggi è cambiata moltissimo la psicologia tra i giovani ingegneri. Anziché pen­sare di “scalare il mondo” pensano più modestamente di riuscire salire, piano piano, i gradini della stabilizzazione. L’incertezza e la precarietà sono la norma per la maggior parte di loro. Erano fasce di lavoratori che pensavano di essere esenti dagli alti e bassi del mercato del lavoro. I fatti si sono incaricati di smentirli. Ben venga un Coordinamento di ingegneri e tecnici per aiutare a riflettere e trovare soluzioni uniti.
THALES ALENIA SPACE – Torino

 

Conclusioni

Il mondo si sta trasformando a una rapidità impressionante. Nuovi concorrenti emergono, si susseguono processi di fusione e lotte tra gruppi economici che hanno oramai come teatro di combattimento il mondo intero. Spesso a pagarne le conseguenze sono i lavoratori e sempre di più anche gli ingegneri e tecnici. Milano Torino e Genova sono delle zone nevralgiche, l’intero triangolo industriale del nord ovest è tra le aree più indu­strializzate dell’Europa, ne è un suo ganglio vitale. Una presenza qui ha grande senso di prospettiva. È possi­bile dare continuità a riunioni di questo tipo, strutturare meglio il lavoro di redazione del nostro bollettino e rendere permanente un collegamento tra le nostre diverse realtà. Proprio per i motivi che ci siamo detti que­sta sera dobbiamo estendere il numero di lavoratori e quindi di aziende diverse che aderiscono al Coordina­mento, pensando in prospettiva anche di raggiungere colleghi di altri Paesi che magari operano nelle stesse nostre aziende. Occorre attivarsi anche in questa direzione con l’obiettivo che vogliamo prefiggere di organiz­zare, nell’arco dei prossimi mesi, un incontro a livello Europeo. Possiamo considerare oggi la data di nascita del Coordinamento. Un primo passo a cui vogliamo farne seguire tanti altri.

Buon lavoro a tutti.


ABB
White collar productivity

La crisi economica del 2008, innescata dalla bolla dei mutui subprime, ha reso ancora più agguerrita la con­correnza sui mercati interna­zionali. Come altre società, ABB, uno dei giganti dell’e­lettromeccanica mondiale, è impegnata in un processo di profonda ristrutturazione dalla quale potrebbe nascere un gruppo fondamental­mente diverso. In realtà non si tratta né della prima né della più profonda riorga­nizzazione nella storia del gruppo e delle società di cui essa è filiazione. E, da certi punti di vista, le crisi che il gruppo si trova a dover trat­tare hanno spesso dinami­che e cause simili. Senza voler tornare all’inizio della storia delle due società geni­trici di ABB, cioè la svizzera Brown Boveri (BBC) e la sve­dese ASEA, certamente la crisi di fine anni ’60 della BBC ha parecchi tratti in comune con quella attuale. Allora BBC veniva da un ven­tennio di rapida crescita e importanti acquisizioni socie­tarie, al punto da poter con­tare su 92.000 dipendenti nel mondo. Ma la sua organiz­zazione non era strutturata per reggere una tale par­tita globale. L’allora ammi­nistratore delegato Franz Luterbacher avviò un’ampia riorganizzazione che doveva portare alla nascita di 5 divi­sioni produttive omogenee e che avrebbe traghettato BBC fino alla fusione del 1988 con ASEA. Da certi punti di vista la crisi attuale, crisi di governance, non cer­tamente crisi di utili, ha la stessa matrice: un decen­nio di rapida crescita con acquisizioni importanti (vedi ad esempio le acquisizioni di Ber-Mac nel 2008, Bal­dor Electric per 4,2 miliardi di dollari nel 2011, di Tho­mas & Betts per 3,9 miliardi di dollari nel 2012) che hanno reso ABB, più di quanto non fosse prima, un conglo­merato di aziende diverse, ciascuna con una propria indipendenza, più che una compagnia omogenea con strategie unitarie. E infatti la risposta dell’attuale mana­gement guidato da Ulrich Spiesshofer è proprio una riorganizzazione con accen­tramento dei livelli deci­sionali e la riduzione delle divisioni da 5 a 4. Dicevamo che si tratta più di una crisi di governance che di utili. Per quanto riguarda gli utili l’af­fermazione è parzialmente corretta. Se è vero infatti che i bilanci ABB presentano da anni un segno positivo, è anche vero che il livello di remunerazione del capitale non ha ancora raggiunto i valori pre-crisi e sicuramente è al di sotto di quello dei gruppi direttamente concor­renti (Siemens, General Elec­tric, Schneider ecc.). Sotto questo aspetto, l’ingresso nel capitale ABB del fondo di investimento CEVIAN con una quota del 5,2%, inferiore solo alla storica presenza della dinastia Wallenberg presente in ABB attraverso il fondo INVESTOR che detiene il 9,5%, sembra aver deter­minato un’accelerazione nel processo di ristrutturazione che, alla fine potrebbe por­tare a un mutamento pro­fondo della stessa natura di ABB. Vista in questa pro­spettiva, la riorganizzazione attuale ha delle similitudini con quella che si è dipanata a cavallo del nuovo millennio. In quel caso ABB visse una profonda crisi, alimentata dalla crisi finanziaria asiatica di fine secolo e dalle cause per amianto legate a una sua controllata americana. La riorganizzazione di allora, tra le varie scelte, comportò la vendita di tutto il settore Power Generation, cioè della divisione Turbine, che per un secolo avevano rappresen­tato per BBC e rappresenta­vano allora per ABB il nucleo principale della propria pro­duzione e della propria ragion d’essere. Quella ven­dita spostò completamente l’asse della collocazione di ABB sul mercato mondiale, abbandonando la meccanica per concentrarsi sull’automa­zione dei processi industriali e sull’industria elettrica. Oggi potrebbe accadere nuovamente un cambia­mento della stessa portata. È stata fatta trapelare infatti sulla stampa la possibilità di mettere sul mercato la più grande delle quattro divi­sioni da cui sarà formata la futura ABB, la cosiddetta Power Grids, abbandonando di fatto il settore delle linee di trasmissione ad alta ten­sione e delle sottostazioni elettriche. C’è la volontà di concentrarsi su settori più hi-tech, smart grids, automa­zione dei processi ecc.

Sarebbe una scommessa, come lo è qualunque scelta di investimento fatta nel mondo attuale dominato dal caos dei mercati.

Ovviamente, tutte le ristrutturazioni succe­dutesi nella storia di ABB hanno visto un pesante tri­buto pagato dai lavoratori. La ristrutturazione di inizio secolo comportò un dimagri­mento di forza lavoro ABB di ben 12000 lavoratori in tutto il mondo. Oggi il taglio non è ancora quantificato in un numero di impiegati, ma da una cifra: 1 miliardo di dol­lari di risparmi ogni anno sui costi legati al lavoro dipen­dente. In particolare que­sto piano, denominato White Collar Productivity colpirà, come dice il nome, il com­parto del lavoro impiegatizio, con una quota importante di ingegneri e tecnici. Que­sta è la prima volta che una ristrutturazione in ABB col­pisce solo il comparto del lavoro impiegatizio, che nel mondo conta ben 100.000 unità e una quota di quasi 4.000 lavoratori in Italia. Ed è significativo anche per la misura che il peso dei colletti bianchi, in un’azienda sostan­zialmente manifatturiera come ABB, ricopre sul totale della forza lavoro, valendo quasi i due terzi del totale. Non è una peculiarità di ABB. Il lavoro salariato si è trasfor­mato e continua a trasfor­marsi nel mondo e il peso di quello impiegatizio e di quello squisitamente tecnico tende ad accentuarsi a par­tire dai Paesi più avanzati. È necessario che tecnici e inge­gneri prendano coscienza della loro situazione di sala­riati e della necessità di abbandonare l’idea che solu­zioni individualistiche siano una strategia vincente. Solo la strada di una difesa e di rivendicazioni collettive pos­sono avere un senso in un mondo sempre più dominato da aziende gigantesche che operano su tutto il mercato mondiale.


STMICROELECTRONICS
Quale strategia?

Uno dei lasciti della crisi che ha investito l’econo­mia mondiale è una forte contrazione degli investimenti in attività pro­duttive, misurabile con la tendenza particolare di alcuni grandi gruppi alla erogazione di ricchi divi­dendi ed al riacquisto (buy back) delle azioni sul mer­cato: riacquisto necessa­rio a diluire la diminuzione di valore causato dai divi­dendi. In questo la ST non è dunque sola, e bene ha fatto il sinda­cato a denunciare lo sper­pero di risorse con la sola logica del “occorre remunerare l’azionista”. Ad esempio, fonti ameri­cane indicano come l’HP nell’ultimo decennio abbia speso il 54% dei profitti in riacquisto di azioni pro­prie. Sempre secondo queste fonti, l’anno scorso le aziende quotate in S&P500 (società quotate sul mercato americano con il 75% della capitaliz­zazione complessivo della Borsa) hanno usato 700 miliardi di dollari in opera­zioni di buy back. In tutto questo, ovviamente, vi è il particolare impatto di certe politiche nel nostro settore (elettronica e ICT), uno dei settori che per funzionare ed innovare ha esigenza di esborsi di capi­tale molto maggiori di altri comparti industriali. È ormai da diversi anni che il mercato degli IoT (internet delle cose) sem­bra promettere guadagni e lavoro per tutti, e sono molte le voci di anali­sti che lo vedono come fattore chiave anche per lo sviluppo delle aziende che ne produrranno i chip necessari: “in 20 anni, ogni oggetto avrà un chip ‘impiantato’” (The Tele­graph), “tra il 2015 ed il 2019, il mercato degli IoT raddoppierà, rag­giungendo i 124 miliardi di dollari” (Solid State technology).

Lo IoT, visto per il mer­cato dei semiconduttori, può essere “scomposto” in tre differenti funzioni (vedere figura da “The Impact of IoT on Semi­conductor Companies” di Rajesh Mani del PwC): Compute, per la gestione (raccolta, storicizzazione, preparazione) dei dati e informazioni; Connecti­vity, che si occupa della vera e propria connes­sione da e verso i sensori; Sensing, che comprende tutti i sensori che raccolgono le informazioni dell’oggetto/funzione da monitorare.

Le applica­zioni previste per gli IoT sono le più dispa­rate: dal con­trollo del ciclo del freddo nelle filiere che lo preve­dono, al con­trollo delle produzioni e dei lotti dove, ad esempio nell’industria farmaceutica, le regole pre­vedono la trac­ciabilità di tutti i passi di processo. Il tutto otte­nuto con “smart tag” che riescono sia a trac­ciare il lotto, sia a recu­perare alcune info (la temperatura per esempio) ed infine a comunicare tutte queste informazioni ad un sistema preposto per il tracciamento.

Vi sono anche “visioni” fantascientifiche otteni­bili con IoT: un frigorifero smart in grado di conoscere, grazie ai tag sugli alimenti, le date di sca­denza della merce che contiene, e riesce a preparare automaticamente una lista spesa che tenga conto delle abitudini ali­mentari della famiglia e di quanto ancora pre­sente nella dispensa e nel frigorifero stesso. Mai più salsicce del pleistocene anteriore ritrovate nella ghiacciaia! Quindi, grandi aspettative per il mercato degli IoT.

Ma quali per ST?

In un interessante arti­colo, “Evolving landscape of technology deals: Semiconductor Indu­stry Device deal trends”, sempre edito per la PricewaterhouseCoo­pers, vengono analizzate le recenti acquisizioni e fusioni che stanno avve­nendo nel mercato dei produttori di semicon­duttori (M&A). Secondo il report queste opera­zioni potevano essere scomposte in due tipi: aumento della dimensione per consolidarsi sul mer­cato attualmente ser­vito, acquisizione di nuove competenze per riempire le “carenze” tecnologiche per potere aggredire al meglio il nuovo mercato. A tale proposito viene proposta una tabella che mostra, per funzione, le tecnologie possedute o mancanti dei principali attori (o presunti tali) sul mercato degli IoT.

In questa tabella com­pare anche la ST, che si mostra non propriamente attrezzata (secondo lo studio di PcW) per il nuovo mercato: seppur presente sia nel segmento del Compute che nel Sensing, nel settore Connec­tivity è tra i peggio messi. In questo ambito, ha in portafoglio solamente la tecnologia RFID, che tra l’altro è posseduta da tutti i concorrenti in campo su questo mercato, men­tre mancherebbe di tutte le altre tecnologie di comunicazioni.

Naturalmente, e lo sap­piamo bene, grazie alla anarchia del mercato mondiale, tutte le opera­zioni di previsione e ana­lisi dei fabbisogni futuri possono essere ribal­tati da scenari non previ­sti e/o non chiaramente quantificati o quantifi­cabili: il possibile rallen­tamento della Cina, la ristrutturazione del set­tore bancario in Europa, la fine del quantitative easing americano, le crisi mediorientali, la caduta del prezzo del petrolio, come questi eventi pos­sano impattare sul mer­cato dei semiconduttori e dell’elettronica non è dato saperlo.

Di sicuro può preoccu­pare un management che, anche in questi giorni in cui si stanno ridefinendo le strategie del gruppo, ha ribadito, grazie ad un’in­tervista del nostro CFO, che la politica della remu­nerazione del capitale può andare avanti (grazie al cash flow positivo); che il settore digitale potrà essere scorporato, ven­duto o messo a compar­tecipazione; che non sono interessati in operazioni di M&A. Quindi dopo avere perduto tutte le compe­tenze sulle tele-comuni­cazioni con l’operazione ST-Ericsson, aver lasciato il mercato delle memo­rie (Numonix, Micron), il nostro management si prepara al “nuovo” con meno investimenti, e molti gap. Forse questi gap non sono considerati strategici, oppure stiamo preparandoci al solito matrimonio coi fichi sec­chi. L’eventuale conto sap­piamo già a chi verrà presentato!


IN CINA LA PRIMA “INTERNET CITY”
Sul piatto 14 miliardi: chance per le aziende UE

Nella provincia di Hebei porte aperte alla rete 5G e alle connessioni tra esseri umani e robot. L’iniziativa coinvolgerà le imprese hi-tech di Europa, Silicon Valley, Corea e Giappone. Circa 14 miliardi di investimenti da qua al 2020 per la cre­azione della prima “Città Internet” del mondo. L’iniziativa rappresenta un’occasione per le imprese europee di teleco­municazioni e digitali europee. Pechino è infatti pronta a collaborare con le aziende hi-tech più avanzate del Vecchio continente.

La firma dell’intesa è arrivata in occasione della Conferenza mondiale di Internet a Wuzhen, in Cina, e prevede un progetto futuristico per la creazione di una “Internet City”, a 50 km dal centro di Pechino. Tra gli attori coinvolti Citic Guoan, colosso IT fondato nel 1997, il Governo della Provincia di Hebei, ChinaEu, e Cidf, la Fondazione cinese per lo svi­luppo di internet.

Obiettivo del progetto è stabilire la prima area sperimentale di 5G al mondo e implementare le nuove applicazioni per connettere esseri umani con robot e oggetti. I lavori di costruzione dovrebbero essere completati nei prossimi 4 anni e le autorità cinesi hanno assicurato che il progetto sarà aperto alla collaborazione delle aziende più avanzate di Europa, Silicon Valley, Israele, Giappone e Corea oltre a esperti europei e internazionali.

L’iniziativa rientra nell’ambito dello sviluppo della strategia nazionale “Internet Plus” e del programma plurimiliar­dario di investimenti infrastrutturali “One belt one road”, ovvero l’implementazione delle moderne vie della seta del gigante Cinese.