L’ingegnere nella storia (parte I): L’escluso

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Disegno antico di mulino ad acqua

Fonte: Associazione Italiana Amici dei Mulini Storici

Antiparos, poeta greco del tempo di Cicerone, tessé una volta le lodi all’invenzione del mulino ad acqua.
Risparmiate il braccio che fa girare la macina, o mugnaie, e dormite serene! Invano il gallo vi annunci l’alba! Demetra ha imposto alle ninfe il lavoro delle schiave ed ecco che allegramente saltellano sulla ruota ed ecco che l’asse messo in moto gira coi suoi raggi, facendo muovere la pesante pietra girevole. Viviamo la vita dei nostri padri e godiamo oziosi dei doni accordatici dalla dea.” Ringraziando la dea per cotanto dono egli ipotizzò l’avvento di un’età dell’ozio. Tra gli antichi quell’epoca non è mai giunta, ed è anzi significativo che Antiparos stesso la descriva più come un ritorno al passato, alla mitica età dell’oro, che come un balzo in un futuro caratterizzato dal macchinismo.

Nella raccolta di scritti curata da Alexandre KoyréDal mondo del pressappoco all’universo della precisione“, Pierre-Maxime Schuhl formula una interessante ipotesi. L’antichità classica, egli dice, non ha conosciuto uno sviluppo delle macchine sebbene possedesse le basi conoscitive per realizzarne più d’una.

Un vero e proprio “blocco mentale” si frappose, secondo Schuhl, tra potenzialità e sviluppo tecnico.

Molto caratteristico – scrive il nostro autore – è l’aneddoto che Plutarco ci racconta nella Vita di Marcello a proposito di Archimede, che nulla avrebbe voluto pubblicare sulle tecniche geniali da lui impiegate nella difesa di Siracusa contro i Romani, perché da tali pubblicazioni si sarebbe considerato in qualche modo disonorato.

Interessante davvero. Il Siracusano, ingegnere ante litteram, pudibondo circa le applicazioni pratiche della sua scienza pura. Curioso atteggiamento se valutato con canoni odierni, ma affatto comprensibile se misurato con quelli di allora.

Macchinismo nell’antichità

Spiega Schuhl che l’antichità classica non ha conosciuto il macchinismo perché un’abbondante disponibilità di braccia in condizioni di schiavitù lo rese superfluo e che questa circostanza non mancò di avere il suo influsso sul piano delle idee. Nei ceti colti queste ultime assunsero, infatti, la duplice forma di disprezzo per il “lavoro meccanico” (ed i suoi esplicatori) e di contrarietà verso le macchine, spesso viste come “macchinazioni”, imbrogli nei confronti della natura: la quale “non usa leve”, sentenziava Plotino.

L’abbondanza di schiavi deve indubbiamente aver lasciato il segno: c’erano, erano molti e costavano poco. Marcel Reinhard (“Storia della popolazione mondiale”) valuta che intorno al 300 p.e.V. essi fossero 400 mila in tutta l’Attica, quattro volte i meteci, e che Roma non ne sentisse la mancanza se è vero che il solo Pompeo durante le sue imprese d’Asia minore ne catturò due milioni. Thomas Derry e Trevor Williams (“Storia della tecnologia”) raccontano che per Delo, il centro di smistamento dell’impero romano, ne passavano 10.000 al giorno al prezzo medio di 3-4 dracme, l’equivalente di altrettanti buoi. Non stupisce nemmeno il fatto che greci e romani disincentivassero e qualche volta proibissero la procreazione tra schiavi: un bimbo è solo un costo e l’abbondanza del mercato non stimola l’”allevamento“. In queste condizioni agli schiavi era dato di esprimersi come forza bruta, ai meteci di riservarsi il lavoro artigiano (ed inventivo), ai ricchi cittadini di pensare e, non a caso, di guardare al lavoro manuale alla maniera di Senofonte.

Nell’”Economico” questi scriveva: “Le persone che si danno ai lavori manuali non vengono mai elette alle cariche e ben a ragione. La maggior parte di loro condannate a star sedute tutto il giorno, alcune anche ad esporsi a un fuoco acceso in continuazione, non possono non averne il corpo alterato ed è difficile che lo spirito non ne risenta”.

Aristotele rincarava la dose, celebrando la superiorità delle arti liberali sulle altre in quanto uniche a non proporsi come fine l’utilità ed il lucro.

Schuhl: “Gli antichi artigiani andavano da una città all’altra, dovunque richiesti per la loro abilità, ma considerati un po’ come stregoni: basta ricordare le leggende relative alle statue semoventi opera di Dedalo e di Pigmalione. Gli artigiani capaci di creare opere siffatte erano personaggi a un tempo prestigiosi e inquietanti”. Di Pigmalione (pygmaios = nano) la leggenda narra che modellò una statua di Afrodite riuscendo ad animarla grazie all’intervento degli dei. Di Dedalo, gran costruttore anch’egli di statue semoventi, si racconta che inventò il trapano, uccise per invidia il nipote Talos, ideatore del tornio, fuggì a Cnosso per costruirvi il labirinto del Minotauro. Eccoli gli ingegneri dell’antichità, riveriti ma temuti, creativi, ma esclusi dal consesso dei saggi.

Macchine reinventate

Bertrand Gille, autore di “Leonardo e gli ingegneri del Rinascimento”, ribadisce a suo modo la tesi già enucleata da Schuhl: le invenzioni che contano, si potrebbe dire, “vengono reinventate”, quando la loro applicazione pratica diviene possibile su una certa scala, e soprattutto congrua.

Ad esempio: se uno dei primi tentativi riusciti di muovere un piroscafo a vapore con ruota a pale è accreditabile al marchese Jouffroy D’Abbans, siamo sulla Saône nel 1783, è certo che i rudimenti essenziali per quella realizzazione sono di molto anteriori.

Tra gli “ingegneri” italiani del Rinascimento Gille cita Jacomo Fontana, ingegnere al servizio della Repubblica di Venezia ed autore, intorno al 1420, di una raccolta di disegni sotto il titolo di “Bellicorum instrumentorum liber”. Nell’opera di Fontana è raffigurata una nave con ruota a pale. Non è il primo caso, visto che anche il suo predecessore tedesco Konrad Keyser la disegnava ed è del resto noto che la flotta di Bisanzio utilizzava gli odometri: ruote applicate allo scafo, il cui compito era però limitato alla misurazione delle distanze percorse. Di interessante c’è che nella raccolta di Fontana il disegno della ruota si accompagna con quello dell’eolipila. Era quest’ultimo un congegno che faceva muovere una sfera grazie alla forza del vapore ed il nostro ingegnere rinascimentale lo riprende dai “Pneumatica” di Erone di Alessandria (1° sec. a.c.).

Jacomo Fontana giunge quindi fino al punto di raffigurare insieme gli elementi costitutivi di un piroscafo a vapore, ma è probabile che non abbia mai pensato ad integrarli, e l’“invenzione” nacque tre secoli e mezzo dopo. È significativo, per la tesi che stiamo sviluppando, che un contemporaneo di Fontana, tal Mariano Jacomo detto Taccola, senese, progettista di mantici idraulici per forni, spieghi essere a suo parere la “gabbia di scoiattolo“ la miglior fonte di energia per il movimento. Questo congegno si trova spesso raffigurato in bassorilievi e vasi romani, usato come motore per gru: uomini che salgono i pioli di una ruota creano il movimento continuo, proprio come fa per gioco lo scoiattolino o il criceto in gabbia. Si torna quindi al punto di partenza, all’abbondanza di energie umane a basso costo che rende inattuali certe intuizioni.

Macchine belliche

Bertrand Gille ricostruisce la storia documentaria di come, attraverso gli arabi, si tramandino al Rinascimento i testi di meccanica dell’antichità, le opere della scuola di Alessandria, dei romani Vitruvio e Vegezio, di Erone il bizantino.

Erano queste principalmente opere su macchine belliche, particolarmente interessanti agli occhi dei signori Sforza, Visconti, Malatesta e Montefeltro che infatti chiamarono a raccolta presso di loro numerosi ingegneri perché riproducessero, sviluppassero, applicassero quegli antichi ritrovati. Anche grazie alle nuove possibilità date dalla stampa, l’opera classica di Vegezio vide ad esempio nel corso del 1400 ben 18 edizioni ed è a Sigismondo Malatesta che Roberto Valturio dedica la sua opera omnia sulle macchine belliche. Sì, allora come oggi il settore “tirava”.


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